Il programma

GESTIONE DEI RIFIUTI

La prima dichiarazione dello stato di emergenza per la gestione dei rifiuti in Sicilia risale al 1999 . Il commissariamento divenne lo strumento attraverso il quale il governo protempore pianificò la costruzione di quattro termovalorizzatori, impianti che avrebbero dovuto servire a bruciare l’80 per cento dei rifiuti prodotti in Sicilia. Tale piano fallì e i quattro inceneritori non vennero mai costruiti. 

Nei fatti, pertanto, si continuò a operare in un regime derogatorio, malgrado le prescrizioni del Ministero vincolavano la regione a realizzare nel breve termine le azioni indispensabili per affrontare l’emergenza e, al contempo, tracciare una strada per uscire dal regime straordinario e avviarsi alla normalità. In questi giorni abbiamo raccolto il grido d’allarme dei sindaci che si trovano costretti ad aumentare in modo spropositato la tassa sui rifiuti per sopportare le spese legate al trasporto fuori regione, proprio a causa della carenza impiantistica i comuni siciliani non sanno dove conferire i rifiuti a causa delle discariche piene o inagibili.

Di conseguenza la spazzatura rimane per strada e, considerando il caldo afoso di queste giornate, potrebbe verificarsi una crisi sanitaria. È chiaro che nel lungo periodo bisogna riprogrammare gli impianti e rivedere il piano rifiuti. Si vede la necessità di trovare un sistema adeguato per affrontare i sovra-costi attuali per il conferimento e lo smaltimento dei rifiuti .
La Sicilia registra percentuali di raccolta differenziata ampiamente al di sotto della media nazionale. Secondo l’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, la percentuale di raccolta differenziata nella regione è del 42,3%. Risulta ben venti punti inferiore rispetto alla media nazionale di circa il 63%.

Emblematici sono anche i dati registrati nelle due principali città metropolitane dell’isola: Catania e Palermo. La provincia di Palermo ha una percentuale di raccolta differenziata del 29,38%, divenendo così l’ultima provincia in Italia nella classifica.  Anche Catania ha un valore basso (36,76%). Rappresenta un’eccezione, invece, la città di Messina, che registra un grande incremento nella raccolta differenziata.
La Sicilia ricorre ancora in maniera massiccia all’uso delle discariche. La quantità di rifiuti urbani smaltiti in discarica è pari a 260,9 Kg per abitante, mentre la media nazionale, nel 2020, è di 97,8 Kg per abitante. Perciò è evidente come sia importante iniziare a «valutare tutte le soluzioni possibili, senza cercare una chiave unica per risolvere i problemi», L’autosufficienza a livello regionale nella gestione dei rifiuti deve partire da un modello di pianificazione che comprenda tutte le fasi del processo: dalla prevenzione alla raccolta, dalla selezione al riciclo, con trattamento e valorizzazione termica. Invece lo smaltimento in discarica deve essere limitato alla sola frazione residuale. «Quello che serve è un approccio tecnico e scientifico, libero da condizionamenti ideologici . 

Servono tante azioni e sinergie istituzionali, da mettere insieme responsabilmente per:

  • diminuire la quantità dei rifiuti;
  • aumentare quelli che vengono riciclati, divenendo risorse che producono materie utili;
  • avviare alla termovalorizzazione, per produrre energia e ridurre al minimo gli scarti».

ASSISTENZA IGIENICO PERSONALE

L’assistenza igienico personale riconosciuta agli alunni con disabilità è un diritto, e in quanto tale va garantito, insieme a tutti gli altri supporti e sostegni, dal primo all’ultimo giorno di scuola e con continuità per tutto l’orario scolastico onde far fronte alle necessità legate all’assistenza di base che possono presentarsi in qualunque momento durante le attività scolastiche. Solo così la scuola potrà cominciare, in condizioni di pari opportunità, il primo giorno per tutti, bambini, alunni e studenti, con e senza disabilità.

Non si può arretrare di un solo passo, indipendentemente dal soggetto tenuto da oggi ad erogare il servizio e da qualunque esigenza organizzativa. E’ stato definitivamente chiarito che anche in Sicilia la competenza in materia di erogazione del servizio igienico personale in favore degli alunni con disabilità permane in capo allo stato che deve provvedere per il tramite dell’Amministrazione scolastica e dunque a mezzo dei collaboratori scolastici all’uopo formati.

L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità è stato, nel corso degli ultimi decenni, un tema prioritario per le famiglie siciliane. Le Associazioni si sono battute denunciando le generali inefficienze del sistema di inclusione scolastica regionale chiedendo di trovare una soluzione anche ai ritardi nella attivazione di tali servizi e alla loro discontinuità, acclamando il rispetto della disciplina normativa vigente in materia, che consentirebbe di garantire il servizio in modo efficiente e continuativo direttamente attraverso i collaboratori scolastici già presenti a scuola.

Nella Delibera di Giunta Regionale n.323 del 23 luglio 2020 riguardo il servizio di assistenza igienico personale per gli studenti con disabilità, si tende a contemperare i rapporti degli attori coinvolti: Istituzioni/competenza, alunni/persone con disabilità servizio/diritto al lavoro. Dalla stessa si evince che “nell’ ambito della loro autonomia economico finanziaria e organizzativa , gli Enti Locali dovranno garantire il diritto di assistenza dei disabili in termini di qualità di servizio, e i servizi scolastici per la persona con disabilità dovranno avere caratteristiche aggiuntive, integrative e migliorative.
Pertanto occorrerà che non si riducano le risorse alle Città metropolitane ed ai Liberi Consorzi dei Comuni dell’Isola, affinchè si continuano a garantire servizi migliorativi ed integrativi, aiutando quelle strutture scolastiche che ne faranno richiesta.

CONTRASTO ALLA POVERTÀ E TUTELA DELLA SALUTE

  • Aiuto economico concreto a chi è impossibilitato a
    lavorare per ragioni oggettive: bambini, disabili, ultra sessantenni privi di reddito. Aumento delle pensioni
    minime e raddoppio dell’assegno di invalidità. 
  • Reale riconoscimento della funzione sociale di chi si prende cura di un familiare non autosufficiente (caregiver), con tutele concrete in ambito lavorativo e normativo.
  • Patto per la Salute tra Stato e cittadini con forme di incentivi anche fiscali per chi effettua una corretta
    e periodica prevenzione sanitaria. 
  • Garantire il diritto alla salute con il miglioramento e l’estensione delle prestazioni sanitarie.

LISTE D'ATTESA

Le liste d’attesa sono per i cittadini la più grande criticità del Ssn, come evidenziano indagini e monitoraggi periodici. I tempi di accesso alle prestazioni sono talvolta tanto lunghi da indurre a pagare di tasca propria rivolgendosi al privato per visite ed esami, se non addirittura per interventi.

Le liste d’attesa nascono perchè il sistema sanitario non riesce a
rispondere alle tantissime richieste di prestazioni sanitarie. Sono, dunque, il prodotto della differenza tra domanda e offerta, al netto delle urgenze, che trovano subito risposta. Ad accrescere la domanda ci sono anche le richieste non del tutto appropriate. Non sempre, infatti, è necessario fare certi esami. A volte è sufficiente una radiografia per fare un accertamento, senza ricorrere ad una Tac.
Il confine con l’esigenza di prevenzione è abbastanza labile, ma forse in passato si è fatto troppo ricorso a esami, con ripercussioni che vediamo ancora oggi sui tempi di attesa.

Si possono eliminare le liste d’attesa? Intuitivamente verrebbe da dire che basta aumentare l’offerta per cancellarle. In realtà, dopo un breve periodo, all’incremento dell’offerta segue quello della domanda, perché, banalmente, se i tempi sono brevi, si rivolgono al pubblico anche quanti, di solito, si rivolgevano al privato. Si può dire, quindi, che un po’ di attesa è fisiologica: il problema nasce quando per un esame si deve aspettare un anno.
L’ultimo paper realizzato dal Censis in collaborazione con il Forum Ania-Consumatori restituisce il quadro di un welfare in cui i cittadini “si arrangiano”: in un anno, 13,5 milioni di italiani dichiarano di aver saltato la lista di attesa ricorrendo a conoscenze, amicizie, raccomandazioni oppure facendo regali o pagando.
«Il quadro delineato – si legge mette in luce un sistema con evidenti elementi di opacità che favoriscono comportamenti opportunistici e l’uso inappropriato delle risorse. Per questo per la maggioranza degli italiani è urgente e necessaria la trasparenza nel welfare: «Il welfare italiano è stato da sempre piattaforma di sicurezza per le famiglie, garantendo le spalle coperte.
Questo il suo significato più importante e questa la sua principale funzione oggi».

SOSTEGNI ALL'OCCUPAZIONE E AL LAVORO AUTONOMO

  • Difesa del lavoro e lotta alla disoccupazione. 
  • Super deduzione del costo del lavoro per le imprese ad alta intensità di manodopera.
  • Incentivo alla partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa come miglior antidoto alla delocalizzazione.
  • Potenziare gli strumenti di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro con il maggior coinvolgimento di enti pubblici e privati. 
  • Tutela delle professioni e valorizzazione del lavoro autonomo.
  •  

PRIORITÀ A SICUREZZA E LEGALITÀ

  • Sostegno alle forze dell’ordine con mezzi e tecnologie utili al contrasto del crimine e del terrorismo
  • Controllo del territorio anche con il contributo dell’esercito. 
  • Cartolarizzazione del 50% dei beni sottratti alla malavita per finanziare un fondo a favore del comparto sicurezza e difesa. 
  • Lotta a tutte le mafie e contrasto alla corruzione.

DIRITTO AL FUTURO DEI GIOVANI

  • Efficientamento del percorso formativo per
    rendere competitivi i giovani concreto sistema di orientamento universitario e lavorativo. 
  • Copertura totale delle borse di studio
    ai meritevoli. 
  • Zero tasse per le imprese giovanili. 
  • Fondo di garanzia per il mutuo prima casa delle giovani coppie. 

TUTELA DEL TERRITORIO e DELL'AMBIENTE

  • Difesa del territorio, del paesaggio e della natura aggrediti dall’incuria e
    dall’abbandono, principale causa di incendi e del dissesto idrogeologico.
  • Messa in sicurezza delle zone a
    maggior rischio sismico.
  • Formazione alla tutela dell’ambiente fin dagli anni della scuola.
  • Riconversione delle attività produttive a elevato impatto
    ambientale.
  • Tassa sui rifiuti calcolata in base alla qualità e alla quantità dei rifiuti prodotti per rafforzare
    la raccolta differenziata.
  • Tutela dei nostri mari e restauro delle nostre coste anche attraverso un piano
    straordinario di sostituzione edilizia.
  • Salvaguardia della cultura rurale e delle
    attività che ne sono portatrici.

EMERGENZA IDRICA

L’acqua negli invasi in Sicilia c’è.  Il 17 per cento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nessuna emergenza idrica per la regione che, da sempre e più di ogni altra, soffre per la mancanza d’acqua.

Quest’anno però, le abbondanti piogge hanno fatto riempire gli invasi come mai prima d’ora. Peccato che la rete idrica siciliana sia un colabrodo e che oltre il 50% dell’acqua immessa nelle tubature vado di fatto persa. Secondo le ultime stime del report dell’Istat sulle infrastrutture idriche in Italia, a Siracusa si disperde il 67 per cento dell’acqua immessa nella rete. Segue Messina con il 52 per cento e poi Catania con il 51 per finire a Palermo con una perdita stimata del 42 per cento. Ma spesso, come nel caso del capoluogo siciliano, non si parla di tutte perdite reali. Un buon 15 per cento è da attribuire ai furti d’acqua e agli allacci abusivi alla rete idrica, diffusi in tutto il territorio

A soffrire maggiormente della carenza infrastrutturale per la distribuzione dell’acqua è il comparto agricolo. La distribuzione delle acque irrigue è affidata ai consorzi di bonifica. Ma le loro reti di distribuzione sono obsolete e spesso inefficienti.
La rete idrica è in condizioni disastrose e l’acqua nei campi arriva quasi per miracolo. Negli ultimi anni qualcosa si è mosso ed alcuni lavori sono stati effettuati. Ma non può e non deve esserci soltanto un intervento d’urgenza. E’ una questione che deve essere affrontata in maniera seria e precisa per avere una prospettiva a lungo termine”. 
L’approvigionamento d’acqua in Sicilia, almeno per quest’anno, non sarà un problema. Ma è necessaria una ristrutturazione complessiva delle reti idriche  per le città e per le campagne in una regione dove, a causa dei cambiamenti climatici, il rischio desertificazione è altissimo.

SEMPLIFICAZIONE E DIGITALIZZAZIONE

Il passaggio verso la semplificazione, uno dei punti del nostro programma regionale di sviluppo, è inevitabile e non più rinviabile. Ormai ci rendiamo conto che se non si accelerano le procedure, se non si riesce ad avere un rapporto più diretto e più semplice con i cittadini, si rischia di vanificare gran parte del lavoro progettuale che le diverse amministrazioni portano avanti.

Occorre approvare un programma strategico per la semplificazione e la trasformazione digitale che tende a rendere strutturale la semplificazione. È fondamentale che accanto alle riforme strutturali ci sia una grande trasformazione digitale. Esistono ancora sistemi della pubblica amministrazione che non dialogano tra di loro: ma così si rischia di sprecare il tempo, le risorse e il lavoro.

Le riforme indicate dal Pnrr sono ancora più importanti delle stesse risorse molto significative, parliamo di più di 200 miliardi di euro, perché bisogna cambiare il modo di relazionare i cittadini con le imprese e la Pa. Per fare questo è importante eliminare molti adempimenti burocratici in modo che la Pa possa rispondere in termini rapidi alle richieste del cittadino e per lo stesso cittadino si riducano i costi. Bisogna anche stare attenti a quelle
riforme che introducono nuovi adempimenti. Bisogna semplificare ed
eliminare, questo va fatto quanto prima. In questo modo le Pa, in
particolare i Comuni, potranno riorganizzare loro stessi, e alleggerendosi dai pesi burocratici inutili possono essere più efficienti nei rapporti con i cittadini.

Si avverte l’urgenza di intervenire sui sistemi IT degli enti pubblici per
rendere più interoperabili a livello centrale e locale. La partita della
semplificazione si vince snellendo e razionalizzando le migliaia di data
center dislocati nelle amministrazioni centrali e locali. Occorre migliorare l’efficienza operativa dei sistemi Ict, conseguire significative riduzioni di costi, rendere più semplice ed economico l’aggiornamento dei software, migliorare la sicurezza e la protezione dei dati e velocizzare l’erogazione dei servizi a cittadini e imprese”.

Proposte programmatiche in materia di innovazione digitale

1. Predisporre un piano regionale di riqualificazione formativa e professionale da adottare sulla falsariga del Piano Nazionale Nuove Competenze e in attuazione della Strategia nazionale per le Competenze digitali, per pianificare e organizzare percorsi innovativi di apprendimento adeguati ai fabbisogni lavorativi che emergono progressivamente nella prassi.
L’obiettivo del piano è di stimolare l’aggiornamento delle competenze digitali, con particolare riferimento alla posizione dei “Neet” disoccupati e dei disabili, per sfruttare i vantaggi offerti dalle tecnologie alla luce delle nuove esigenze occupazionali richieste dal mercato del lavoro (secondo le evidenze rilevate dal World Economic Forum nel suo studio “Future of Jobs Report”) attualmente precluse ad un’elevata percentuale di individui a causa di un preoccupante livello di analfabetizzazione digitale (come attestato dall’edizione aggiornata del “DESI” 2022 – “Digital Economy and Society Index” – pubblicata dalla Commissione europea). Tale deficit incide sulle prospettive lavorative personali e sull’esercizio di fondamentali diritti di cittadinanza nei rapporti con la PA, in mancanza di una base cognitiva minima di consapevolezza da cui dipende la possibilità di fruire della generalità dei servizi pubblici oggi erogati da remoto e/o in modalità virtuale.

 

 

2. Modificare lo Statuto della Regione Siciliana al fine di introdurre il riconoscimento del diritto di accesso ad Internet, in linea con proposte di analogo tenore presentate in materia (a mero titolo di esempio, Regione Lazio), tenuto conto delle numerose iniziative volte a sancire il medesimo intervento qualificatorio (modifica Costituzione, modifica TUE, modifica Statuti comunali), nell’ottica di formalizzare la rilevanza giuridica della Rete Internet nell’ambito della cornice normativa fondamentale della Regione Siciliana, come intervento dall’elevato valore simbolico di adeguamento regolatorio all’innovazione digitale, da cui discendono al contempo rilevanti implicazioni pratiche in termini di effettività socio-economica per il benessere generale sostenibile del territorio. L’obiettivo di tale intervento mira a qualificare la Rete Internet come un’infrastruttura essenziale per l’esercizio dei diritti di cittadinanza, garantendo pertanto l’accesso in condizioni di uguaglianza digitale e con modalità tecnologicamente adeguate. A tal fine, la Regione Siciliana si impegna a favorire la diffusione della cultura digitale, con particolare attenzione rivolta alle categorie emarginate a rischio di esclusione sociale, e promuove programmi formativi di alfabetizzazione digitale unitamente alla progressiva disponibilità di reti a banda larga ultraveloci fruibili su tutto il territorio, specialmente nelle aree rurali caratterizzate da livelli connettivi meno efficienti, per realizzare lo sviluppo di una società moderna e inclusiva. 

 


3. Implementare le politiche OpenData, anche mediante un’organica revisione della regolamentazione regionale vigente in materia, per valorizzare il diritto alla conoscenza, consentendo la libertà di uso e riutilizzo di tutti i dati pubblici di cui è dotata la Regione Siciliana. La “ratio” dell’intervento è volta ad ampliare l’attuale disponibilità dei dataset fruibili, sviluppando aggiornate politiche OpenData funzionali a migliorare la trasparenza amministrativa, stimolare la partecipazione degli utenti al processo decisionale delle istituzioni e favorire la creazione di applicazioni tecnologiche all’avanguardia grazie al riutilizzo del complessivo patrimonio informativo pubblico reso accessibile, in formato aperto, disaggregato e gratuito, nel rispetto delle linee guida AgID adottate in materia, tenuto conto delle coordinate formalizzate nel Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrativa, e in attuazione della disciplina europea di riferimento recante norme sull’OpenData (Direttiva 2003/98/CE integrata dalla Direttiva 2013/37/UE e per ultimo novellata dalla Direttiva 2019/1024/UE) entro la cornice delineata dal D.lgs. 33/2013 (“Decreto Trasparenza”) e dal D.lgs. 82/2005 (“CAD” – Codice dell’Amministrazione Digitale).

 


4. Incentivare l’adozione di programmi OpenSource e Software libero negli apparati burocratico-amministrativi della Regione Siciliana per favorire la razionalizzazione dei costi legati alla spesa ICT e realizzare un processo virtuoso di standardizzazione aperta della Pubblica Amministrazione nella conservazione del patrimonio informativo disponibile secondo quanto previsto dagli artt. 68 e 69 del CAD (Codice dell’Amministrazione Digitale). L’obiettivo della proposta è quello di realizzare un graduale processo di innovazione digitale nell’uso degli strumenti operativi predisposti per lo svolgimento dell’attività amministrativa e per l’efficiente erogazione dei servizi pubblici, secondo le linee guida adottate in materia di acquisizione e riuso di software per le pubbliche amministrazioni, anche in un’ottica circolare interoperabile di cooperazione sinergica tra gli apparati pubblici in grado di beneficiare di soluzioni software sviluppate da altre amministrazioni, a tal fine attingendo dal catalogo di programmi predisposto da Developers Italia, senza quindi la necessità di sostenere ex novo spese e investimenti da ammortizzare nel tempo. La progressiva adozione di tali interventi consentirebbe di recepire gli orientamenti formalizzati nella nuova Strategia UE Software Open Source 2020-2023, dando concreta attuazione ai 6 principi generali ivi enunciati (“pensare aperto, trasformare, condividere, contribuire, proteggere, mantenere il controllo”) propedeutici alla trasformazione digitale della PA. 

 

5. Promuovere lo sviluppo di un ecosistema digitale regionale valorizzando i partenariati per l’innovazione come strumento prioritario in grado di ottimizzare le fonti di finanziamento disponibili nell’ambito di un proficuo collegamento di iniziative orientate a favorire la trasformazione digitale generale del territorio secondo un approccio di contaminazione “bottom-up” tra Sicilia e Unione europea.
L’obiettivo della proposta mira a stimolare la creazione di un ecosistema sinergico di cooperazione multiregionale, coinvolgendo la Regione Sicilia, con un ruolo attivo nel processo di coesione che si realizza, mediante il ricorso allo strumento dei partenariati per l’innovazione, a livello europeo, nell’ottica di migliorare il benessere socio-economico locale grazie ad un efficace coordinamento dei fondi disponibili, stimolando l’attività di ricerca e di sviluppo all’avanguardia per la progettazione di prodotti, servizi e lavori in grado di generare un rilevante impatto sul territorio rispetto ai prioritari obiettivi di transizione digitale e verde da cui dipende la crescita sostenibile della comunità locale secondo standard di flessibilità ed efficienza. 

CONSORZI DI BONIFICA

Dopo anni i problemi di una gestione iniqua, non trasparente, inefficiente, gli sprechi idrici, e altro ancora dell’acqua delle dighe sono ancora intatti, se non peggiorati. Serve portare in aula e votare la riforma dei consorzi, ma serve rimettere al centro la vera questione all’interno della stessa: una gestione dal basso e democratica dell’acqua.

Chiaramente non possono essere bastevoli per risolvere tutti i problemi e di fondo resta il diffuso malumore degli agricoltori che lamentano la mancanza di acqua.

Non si può pensare di avere una gestione schizofrenica per cui da una parte della Regione chi pianta e semina può irrigare e dall’altra parte dell’Isola no perché lo stipendio dei lavoratori non viene pagato. In questi anni non è stato fatto assolutamente niente perché si andasse ad una riforma vera della loro gestione ma è stato solo un perpetuarsi di impegni, promesse, proroghe. Commissariamenti di  commissariamenti”.

Agli agricoltori viene chiesto di pagare cifre esorbitanti per servizi che non vengono erogati. Il quadro è questo: i due Consorzi di Bonifica (orientale e occidentale) racchiudono i precedenti 11. La superficie servita da opere di irrigazione è di 168.824 ettari di cui oltre 25.000 a cielo aperto e circa 143 a pressione, una parte delle quali non efficienti.

Dopo la bocciatura dei progetti del Pnrr appare indispensabile che l’Assemblea e il Governo regionale realizzino una riforma, ponendo fine al commissariamento, che preveda: competenze lavoristiche adeguate con altrettanti adeguati strumenti di lavoro. Una struttura moderna, snella, digitale che permetta una seria programmazione e un coinvolgimento diretto degli agricoltori.

RIFORMA DELLE PROVINCIE

Tutte le riforme e le leggi che si sono succedute negli ultimi anni, intervenendo sull’assetto degli enti intermedi, muovevano sempre da due obiettivi  programmatici: risparmi e semplificazione.
Semplificazione, perché eliminare un livello amministrativo avrebbe significato meno burocrazia, conflitti di competenze, sovrapposizioni tra enti. Risparmi, perché – oltre all’eliminazione delle indennità degli eletti – il sistema degli enti locali ne avrebbe guadagnato in efficienza.
Nella pratica concreta, le cose sono andate diversamente. Primo, tutte le norme erano pensate come transitorie, in vista di un’abolizione mai avvenuta, perché bocciata nel referendum del 2016. 

Secondo, riallocare le competenze che prima spettavano alle province è stato molto più complesso del previsto. Ciascuna regione ha intrapreso una propria strada nello spacchettare le funzioni delle vecchie province tra comuni, regione e enti intermedi. A circa 6 anni di distanza è legittimo chiedersi se questo abbia ridotto la complessità del sistema, o se invece non si vada verso 20 sistemi diversi di autonomie locali.
Tre regioni (Marche, Calabria e Basilicata) hanno scelto di regionalizzare quasi tutte le competenze delle ex province. In questo è interessante il caso calabrese, dove L’accentramento è stato massimo nei confronti delle ex province, mentre la città metropolitana di Reggio Calabria ha mantenuto molte delle vecchie competenze provinciali.
Altre 5 hanno operato una regionalizzazione più moderata. La regione ha preso molte delle competenze delle ex province, ma agli enti di area vasta e ai comuni sono state lasciate alcune funzioni importanti. Come la formazione professionale, rimasta alle province nel Lazio. Oppure le competenze forestali in Toscana, attribuite ai comuni e alle unioni di comuni.
Sei regioni hanno optato per una distribuzione uniforme tra i vari livelli territoriali. Un approccio adottato da Liguria, Piemonte, Campania, Puglia, Veneto e Molise. Mentre una scelta del tutto diversa è quella dell’Emilia Romagna. Qui sulle diverse materie vige un sistema di governance multilivello. Alla regione spetta la programmazione, alle ex province il coordinamento di area vasta sulla base di quanto programmato in regione. Ai comuni, da
soli o attraverso le unioni, le funzioni di gestione diretta di servizi. Il sistema si è stato prodotto nell’ultimo decennio, tra riforme successive, tagli di risorse e difficoltà nel gestire il riordino, ha mostrato tutti i suoi limiti. 

Sono prima di tutto i sindaci, il cui ruolo avrebbe dovuto essere valorizzato dall’abolizione delle province, a segnalare che l'esigenza di un ente intermedio tra comune e regione esiste.

Nella riforma complessiva delle province italiane la Sicilia è stata l'unica Regione autonoma che ha cercato di perseguire un autonomo processo di riforma ispirato al provvedimento regionale mai attuato di liberi consorzi di comunità. Tuttavia, l’esito di questo processo è stato un chiaro ed emblematico fallimento politico.

Nel 2014 una legge regionale ha abolito le Province siciliane sostituendole con Liberi consorzi di comuni e città metropolitane, enti rappresentativi cosiddetti di secondo grado, a legittimazione indiretta degli organi di governo, eletti non dai cittadini ma dagli amministratori dei Comuni che li compongono La riforma è stata concepita e pubblicizzata come una avveniristica opera di ingegneria istituzionale, incentrata sul taglio dei costi della politica e sulla sostituzione di enti istituzionali obsoleti e inefficienti con altri moderni ed efficienti, destinati a fungere da modello per la riforma delle Province nel resto del territorio nazionale. In realtà l’innovazione si è limitata al nome e al sistema di elezione degli organi di governo, mentre sono rimasti immutati l’ambito territoriale, le dotazioni di personale e di risorse, e i nuovi enti continuano tuttora ad esercitare le stesse competenze dei loro antenati. Pertanto, ad oggi, l’effetto della riforma è la riproposizione delle Province con nuovo nome, identiche competenze, risorse incerte e vertici non eletti dai cittadini.
Sette anni dopo l’avvio della riforma i Liberi consorzi sono amministrati da commissari regionali, non hanno fondi sufficienti per garantire adeguati standard di esercizio delle funzioni (manutenzione ordinaria di scuole e strade, servizi per gli alunni con handicap ecc); incontrano notevoli difficoltà a predisporre il bilancio previsionale, alcuni enti hanno sospeso l’erogazione di servizi fondamentali e segnalato il concreto rischio di default
In Sicilia, invece, la legge regionale 5/2015 ha caricato di nuove e impegnative
funzioni gli enti successori delle Province regionali, senza attribuire loro le risorse necessarie per finanziarle, e soprattutto senza tener conto del fatto che una quota consistente delle risorse di questi enti dipende dal bilancio e dalla legislazione statale. Di conseguenza l’aumento delle competenze e dei relativi costi avrebbe dovuto essere concordato con lo Stato. Invece la Regione ha determinato unilateralmente le funzioni da assegnare alle nuove Province, moltiplicandone il numero e la consistenza, e soltanto quando si è reso necessario integrare le risorse si è rivolta al governo nazionale che, intanto, aveva ridotto notevolmente le competenze e le risorse delle province sul resto
del territorio nazionale e pertanto si è rifiutato di sostenere gli oneri della riforma siciliana .

In assenza di adeguate risorse, Liberi consorzi e Città metropolitane non solo non hanno potuto mai esercitare le nuove funzioni, ma si sono trovati a svolgere le competenze delle vecchie province con meno risorse A sette anni dalla sua adozione ed a quattro dalla sentenza del Tar che ne impone l’attuazione, la riforma delle Province siciliane resta ancora pressoché incompiuta, e non sono stati definiti i passaggi fondamentali per la sua attuazione: individuazione delle competenze comunali e del personale da trasferire a liberi consorzi e città metropolitane, definizione delle nuove piante organiche, ricognizione del costo delle funzioni, individuazione delle risorse.

In questa ipotesi una soluzione alla complessa vicenda potrebbe derivare dall’adozione di un meccanismo flessibile di assegnazione delle competenze, come quello statale, che preveda in una prima fase l’attribuzione di un numero limitato di funzioni fondamentali, coincidenti con quelle svolte dalle province del resto del territorio nazionale, in modo da garantire nell’immediato l’effettiva corrispondenza tra costi delle funzioni e risorse. 

Successivamente si potrebbe prevedere l’attribuzione di altre funzioni, ma solo in seguito all’individuazione di risorse sufficienti a garantire l’erogazione di un livello
adeguato di servizi e prestazioni Il riassetto istituzionale dovrebbe riguardare l’intero sistema dei poteri locali, la struttura periferica regionale e la vasta galassia di società partecipate, enti e organismi strumentali, agenzie, soggetti d’ambito, unioni, Gal, convenzioni, distretti, consorzi, etc. Ciò consentirebbe di garantire l’effettiva corrispondenza tra costi delle funzioni e risorse, di salvaguardare l’autonomia siciliana scegliendo le competenze da assegnare alle nuove province e al contempo di offrire ai cittadini e alle imprese un livello adeguato di servizi e prestazioni senza gravare troppo sulle tasche dei contribuenti, razionalizzando un vasto apparato che la Corte dei conti ha definito “fuori controllo” ed eliminando duplicazioni e sovrapposizioni di competenze che appesantiscono l’azione pubblica e ne annacquano le responsabilità.

DARIO DAIDONE

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